Ci sono storie che si raccontano con la voce, altre che si scrivono con l’inchiostro.
E poi ci sono quelle che si leggono nei dettagli, nei piccoli rituali e nei sapori che ti accompagnano da sempre.
Se mi chiedi chi sono, potrei risponderti con un elenco impeccabile: studi completati, traguardi raggiunti, clienti accompagnate a fare il salto.
Eccome se potrei, potrei come una qualsiasi professionista di successo oggigiorno.
Ma sarebbe come offrirti il riassunto di un libro senza farti assaporare la storia.
No, se vuoi davvero capire chi sono, devi partire da due cose: Pansoti & Pennino.
Capitolo uno: pansoti
Da neonata, mangiare non sembrava rientrare nei miei piani. Pastine, omogeneizzati, biberon con dentro abbinamenti discutibili, cucchiai di pappa… niente.
Finché un giorno la mia bisnonna – una donna con la fermezza di chi sa il fatto suo – mi guardò e disse:
“Adesso basta.”
E in quel momento, mentre la forchetta di pansoti si avvicinava, la mia storia di coraggio, determinazione e piacere autentico è cominciata.
Quei piccoli fagottini ripieni, avvolti in una pasta sottile e conditi con la salsa di noci che sa di Liguria e storie antiche, hanno fatto quello che nessun altro cibo era riuscito a fare: mi hanno convinta che valesse la pena aprire la bocca.
E da allora non ho più smesso.
Non è che non volessi crescere, volevo solo che fosse fatto a modo mio.
Non qualsiasi cosa, ma qualcosa che avesse sostanza, valore e carattere.
C’è chi si adatta a tutto e chi, come me, ha bisogno di trovare il sapore perfetto per andare avanti.
Non a caso, quando sono nata, in famiglia mi hanno soprannominata “carne da cavallo”.
A sentirlo così suona strano, lo so. Ma dalle mie parti significava solo una cosa: tosta, resistente, indimenticabile.
Certo, puoi farmi traballare, ma cadere… quella è un’altra storia.
Col tempo, quei pansoti sono diventati il mio promemoria:
👉 Non accontentarti mai di qualcosa che non abbia davvero senso per te.
Perché accontentarsi è come mangiare pasta senza ripieno: riempi lo stomaco, ma non il cuore.
E sì, a 42 anni sono ancora il mio piatto preferito. Meraviglioso, insostituibile, perfetto.
Capitolo due: pennino
Poi c’è il pennino.
Ho imparato a scrivere con una stilografica. E ancora oggi è l’unico strumento con cui la mia calligrafia si avvicina vagamente al leggibile.
La prima volta che l’ho usata, l’inchiostro ha sbavato sulla pagina. Ho pensato di aver rovinato tutto.
Poi ho capito che era proprio quella macchia a rendere unica quella parola.
E da allora ho smesso di cercare la perfezione e ho iniziato a cercare la mia voce.
Scrivere con il pennino richiede attenzione, pazienza, precisione.
Non puoi correre, non puoi scribacchiare in fretta come con una penna a sfera.
Ogni tratto deve essere chiaro e deciso, ogni parola pesa di più quando la vedi formarsi con l’inchiostro.
È come se il gesto stesso ti ricordasse che ciò che scrivi resta, lascia un segno.
E nel lavoro, è la stessa cosa.
Non cerco la perfezione asettica, quella che sembra uscita da un manuale.
Cerco l’autenticità, il valore, il progresso.
Quella che si vede nei dettagli, nelle imperfezioni favolose che raccontano la storia di chi ci ha messo le mani e il cuore.
Perché alla fine, come con il pennino, ciò che fai (o non fai) resta.
Il filo che unisce
Pansoti & Pennino.
Due immagini così diverse, eppure così potenti.
Nel piatto, la ricerca del gusto perfetto, quello che ti fa dire “Ne vale la pena”.
Nel pennino, la consapevolezza che ogni segno conta, perché lascia un’impronta.
E in mezzo, ci sono io.
Quando lavoro con le mie clienti, porto con me queste due lezioni:
✅ Non basta costruire un business. Devi costruire il TUO business, che ti rappresenti in ogni dettaglio.
✅ Non basta scrivere. Devi lasciare il segno, in modo che le tue parole abbiano un impatto reale.
Un’offerta senza anima è come un piatto senza ripieno.
Un messaggio scritto senza cura si dimentica in fretta.
E no, non sono i numeri di clienti o i millemila euro di fatturato (reale o presunto) a definire una professionista.
Perché questi due aspetti sono legati, inscindibili.
Ciò che conta è la traccia che lasci nel mondo, il modo in cui ogni tua scelta racconta chi sei.
E sì, anche il modo in cui scegli di scrivere quella storia.
E poi, la storia continua
Se mi chiedi oggi cosa significhi per me essere libera professionista, la risposta è tutta qui:
È come scrivere con il pennino.
Ogni scelta conta.
Ogni passo lascia un segno.
Non c’è una bozza che puoi cancellare senza tracce.
Ma proprio per questo, ogni risultato ha un sapore diverso.
Più autentico, più vero, più straordinario.
Un po’ come quei pansoti che, ancora oggi, restano il mio comfort food perfetto.
Perché a volte, per ricordarti chi sei, basta tornare alle origini.
Quindi sì, se vuoi davvero sapere chi sono, non chiedermi della mia laurea o del mio curriculum.
Chiedimi di Pansoti & Pennino.
Lì, c’è tutta la mia storia.
E chissà, magari un giorno la tua si intreccerà alla mia.
Con il giusto ripieno e le parole giuste, possiamo scrivere insieme qualcosa che valga la pena ricordare.
(E nel dubbio, porta dei pansoti. Fidati, è un consiglio infallibile.)
